In questa terza puntata estiva Matteo Gallo, autore del podcast, parlerà delle sonde Voyager lanciate nel 1977 e degli sforzi della NASA per garantirne la sopravvivenza a circa 24 miliardi di chilometri dalla Terra.
La programmazione regolare riprenderà a Settembre.
Salve a tutti, siete all'ascolto di INSiDER - Dentro la Tecnologia, un podcast di Digital People e io sono il vostro host, Davide Fasoli.
Nella terza puntata dell'edizione estiva, Matteo Gallo, autore del podcast, ci parlerà delle sonde Voyager lanciate nel 1977 e degli sforzi della NASA per garantirne la sopravvivenza a circa 24 miliardi di chilometri dalla Terra.
Quasi cinquant'anni fa, la NASA ha avviato uno dei programmi spaziali più rivoluzionari di sempre, capace non solo di fornire preziose informazioni sul nostro sistema solare ma anche di esplorare regioni interstellari non previste nel piano di volo iniziale.
Oggi, le Voyager 1 e 2 si trovano a circa 24 miliardi di chilometri dalla Terra, dove continuano a viaggiare a una velocità di circa 17 chilometri al secondo.
Si tratta, in poche parole, degli oggetti costruiti dall'uomo più lontani mai lanciati.
La storia di questa missione però parte ben prima del decollo, bensì nel 1964, quando uno studente del JPL della NASA scoprì un raro allineamento tra Giove, Saturno, Urano e Nettuno che avrebbe permesso a una sonda di sfruttare la spinta
gravitazionale di ciascun pianeta per raggiungere il successivo, riducendo drasticamente i tempi di viaggio passando dai trent'anni previsti agli appena dodici.
Nonostante i tagli di budget per il programma Apollo, la NASA riuscì a cogliere questa finestra irripetibile, lanciando nel 1977 due sonde gemelle progettate per operare per soli cinque anni.
Quasi cinque decenni più tardi però entrambe risultano ancora operative, o quantomeno in parte.
L'obiettivo originario delle missioni Voyager era l'esplorazione ravvicinata dei pianeti gassosi del sistema solare.
Le due sonde hanno infatti sorvolato Giove, Saturno, Urano e Nettuno, raccogliendo dati e immagini mai ottenute prima di allora.
Esaurito questo compito, le Voyager però non si sono fermate: hanno infatti proseguito il loro viaggio fino a raggiungere l'eliopausa, ovvero il confine che separa la zona di l'influenza del vento solare dallo spazio interstellare vero e proprio, diventando così le prime sonde create dall'uomo a raggiungere questa regione.
A colpire, oggi, è soprattutto il divario tecnologico tra ciò che le Voyager trasportano a bordo e gli strumenti a cui siamo abituati.
I sei computer installati sulle sonde dispongono di appena 68 kilobyte di memoria, una capacità di calcolo milioni di volte inferiore a quella di un comune smartphone.
L'energia invece è fornita da generatori termoelettrici a radioisotopi, alimentati dal decadimento del plutonio, la cui potenza è scesa nel tempo dai 470 Watt iniziali agli attuali 210 Watt circa.
Questa perdita di potenza ha costretto gli ingegneri a spegnere progressivamente gli strumenti scientifici a bordo, tant'è che dagli undici originari oggi ne rimangono attivi soltanto tre.
Per di più comunicare con un oggetto così lontano rappresenta una sfida senza precedenti.
Un segnale inviato dalla Voyager 1 impiega quasi 24 ore per raggiungere la Terra, viaggiando alla velocità della luce; ciò significa che, per ricevere una risposta a un comando, occorre attendere quasi due giorni interi.
A rendere possibile questo dialogo a distanza è il Deep Space Network, ovvero una rete di antenne paraboliche della NASA dislocate in California, in Spagna e in Australia.
La disposizione di questi impianti non è casuale, infatti sono posizionati a circa 120 gradi di distanza l'uno dall'altro lungo la circonferenza terrestre, garantendo una copertura ininterrotta e compensando la rotazione del nostro pianeta.
Un aspetto molto curioso che riguarda questi ricevitori è che vengono costantemente raffreddati fino a soli quattro gradi sopra lo zero assoluto.
Si tratta di un accorgimento necessario affinchè il calore generato dall'elettronica stessa non disturbi la ricezione di un segnale estremamente debole.
Infatti, quando raggiunge la Terra, la potenza trasmessa dalle Voyager è inferiore a un "attowatt", ovvero un miliardesimo di miliardesimo di watt.
Nel corso di questi quasi 50 anni il piccolo team del JPL che si occupa della sopravvivenza delle Voyager ha dovuto affrontare e risolvere diverse crisi potenzialmente fatali per la missione.
Già nel 1978 un errore di programmazione bloccò Voyager 2 su un ricevitore di backup difettoso, un problema risolto grazie a un sistema di segnali di test che, ancora oggi, costituisce il canale di comunicazione della sonda.
Nel 2020, invece, un calo di potenza causò lo spegnimento di emergenza di tutti gli strumenti scientifici di Voyager 2, richiedendo una settimana di lavoro per il ripristino.
Nel 2023, infine, Voyager 2 perse l'allineamento con la Terra e rimase silenziosa per due settimane, fino a quando gli ingegneri non inviarono, tramite l'unica antenna in grado di raggiungerla, un comando di riallineamento a che portò la sonda in comunicazione.
Per quanto riguarda le prospettive di vita future della missione, il team della NASA spera di mantenere le sonde operative almeno fino al cinquantesimo anniversario del lancio, previsto per l'anno prossimo, con una possibile perdita definitiva delle Voyager prevista tra il 2028 e il 2030.
Quando questo accadrà, tuttavia, il viaggio delle Voyager non si concluderà: anche se prive di propulsione le due sonde continueranno a vagare nello spazio, portando con sé i "Golden Record", ovvero dei dischi dorati che raccolgono immagini, suoni
e messaggi a rappresentanza dell'intera umanità, nella speranza che un'ipotetica civiltà aliena possa un giorno conoscere della nostra esistenza.
E così si conclude questa puntata di INSiDER - Dentro la Tecnologia, io ringrazio come sempre la redazione e in special modo Matteo Gallo e Luca Martinelli che ogni sabato mattina ci permettono di pubblicare un nuovo episodio.
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