In un’epoca segnata dalla trasformazione digitale e dalla crisi climatica, Venezia è un caso unico, in cui la sfida tecnologica e quella ambientale si intrecciano. Fondata secondo la tradizione nel 421 d.C. tra le acque della laguna, la città ha sempre convissuto con il mare grazie a soluzioni ingegneristiche via via più innovative. Oggi però la subsidenza e l’innalzamento del mare mettono a rischio questo equilibrio millenario. Per difenderla, negli ultimi decenni è stato costruito il MOSE, un sistema di 78 paratoie mobili che isola la laguna durante le maree eccezionali. Per quanto straordinario, il MOSE non può essere una soluzione definitiva. La salvaguardia di Venezia passa infatti dall’utilizzo di satelliti e modelli di intelligenza artificiale. È una sfida complessa, che chiede di far dialogare la tecnologia con il rispetto dell’ecosistema lagunare.
Nella sezione delle notizie parliamo invece dell’arrivo degli audiolibri su Spotify in Italia e di come l’IA riesca a clonare software complessi in poche settimane. Infine parliamo del watermark presentato da OpenAI per riconoscere i testi generati.




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• Foto copertina: Frimufilms su Magnific
Brani
• Ecstasy by Rabbit Theft
• Superhero In My Sleep by Rival x Asketa & Natan Chaim
Salve a tutti, siete all'ascolto di INSiDER - Dentro la Tecnologia, un podcast di Digital People e io sono il vostro host, Davide Fasoli.
Oggi parleremo di Venezia e di come la tecnologia stia tentando di contrastare lo sprofondamento della città lagunare, analizzando il MOSE e tutti gli altri progetti di ingegneria e non solo, che proteggono la laguna dalle maree eccezionali.
Prima di passare alle notizie che più ci hanno colpito questa settimana, vi ricordo che potete seguirci su Instagram a @dentrolatecnologia, iscrivervi alla newsletter e ascoltare un nuovo episodio ogni sabato mattina, su Spotify, Apple Podcast, YouTube Music oppure direttamente sul nostro sito.
Dopo quattro anni dal lancio negli Stati Uniti, Spotify ha implementato gli audiolibri in oltre 180 paesi, tra i quali anche l'Italia.
Sebbene il catalogo sia ancora molto ristretto, entro la fine del 2026 la piattaforma introdurrà fino a 350mila titoli in più di 120 lingue, senza puntare ad esclusive o accordi con editori e autori in particolare.
Per gli utenti Premium italiani questa novità si traduce nella possibilità di ascoltare fino a 12 ore al mese qualsiasi audiolibro, tuttavia chi vuole potrà aumentare il limite abbonandosi ad "Audiobooks+" con un costo ulteriore senza che vengano consumate le 12 ore previste nell'abbonamento Premium.
Per tutti gli utenti invece vi sarà la possibilità di acquistare audiolibri singolarmente al normale prezzo di mercato.
A completare l'offerta arriva infine la funzione dei numeri di pagina.
In poche parole, l'utente può scansionare il codice ISBN del volume cartaceo e inserire la pagina a cui è arrivato così da riprendere l'ascolto dal punto esatto in cui si era fermata la lettura.
Nella puntata "Dai DVD allo streaming, 30 anni di lotta alla pirateria digitale" avevamo parlato di come le aziende proteggano software e contenuti con i DRM, ma oggi il loro controllo potrebbe essere messo in crisi in modo nuovo.
ArtCraft, piccola azienda che sviluppa strumenti di IA per artisti e filmmaker, ha presentato sette applicazioni gratuite e open source che imitano i programmi di Adobe, come Photoshop per il fotoritocco e Premiere per il montaggio video, standard del settore creativo, disponibili solo in abbonamento.
Il suo sviluppatore Brandon Thomas le ha create con Claude, l'intelligenza artificiale di Anthropic, usando il "reverse engineering", cioè l'analisi di come funziona un programma per ricrearne il comportamento, pratica in alcuni casi considerata legale.
Il rischio riguarda piuttosto l'aspetto: un'imitazione troppo fedele dell'interfaccia di Adobe potrebbe violarne la proprietà intellettuale.
Se l'intelligenza artificiale permette di clonare in poche settimane software costruiti in decenni, i monopoli tecnologici sembrano più fragili che mai.
Ma è davvero una liberazione?
Per creare queste alternative serve comunque un'IA avanzata e quei modelli sono nelle mani di pochissime aziende che, a differenza di Adobe, non dominano un solo settore, ma potenzialmente tutti.
Il rischio è che il potere non venga redistribuito, ma solo spostato e concentrato ancora di più, passando da tanti monopoli specializzati a pochi giganti da cui dipende ogni cosa.
Nella puntata "Riconoscere contenuti generati dall'IA.
È ancora possibile?" avevamo raccontato che SynthID di Google era la tecnologia più matura per marcare i contenuti artificiali.
Avevamo però aggiunto che avrebbe avuto senso solo se fosse stata adottata anche dagli altri produttori.
Qualche settimana fa sembrava che fosse proprio così, quando Anthropic aveva scelto SynthID per i testi generati da Claude e OpenAI l'aveva scelto per le immagini.
L'aspettativa era quindi che le principali aziende di IA seguissero una linea comune.
Qualche giorno fa invece, il 5 ottobre, l'azienda di ChatGPT ha presentato la sua tecnologia di watermark per il testo, chiamata "textGrain", che come SynthID inserisce un segnale statistico invisibile nella scelta delle parole.
Nelle prossime settimane il watermark verrà applicato a ChatGPT e Codex, ma solo nell'Unione Europea e il rilevatore sarà riservato a ricercatori e organizzazioni approvate.
Google, al contrario, ha aperto a tutti, gratuitamente, il suo SynthID Detector.
Sul "synthid.com" chiunque può quindi verificare se immagini, video o audio sono stati generati dai modelli di Google, OpenAI o NVIDIA, ma con l'esclusione dei testi, almeno per ora.
Il testo resta infatti il terreno più fragile per queste tecnologie, e la stessa OpenAI ammette che basta sostituire con sinonimi un quarto delle parole per far scendere il rilevamento al 17%.
Venezia è, probabilmente, l'unica grande città al mondo che non avrebbe mai dovuto esistere.
Non è nata su una collina difendibile né lungo un fiume navigabile, e non ha nemmeno un terreno solido su cui poggiare le fondamenta: è nata nell'acqua, in una laguna paludosa, instabile e insalubre.
Eppure è proprio da questo punto debole che nasce la sua storia.
A partire dal V secolo d.C., le popolazioni della terraferma veneta, in fuga prima dalle invasioni barbariche e poi dall'espansione dei Longobardi, si rifugiarono in quella distesa di canali, banchi di fango e isolotti che oggi chiamiamo laguna, con il 25 marzo del 421 tradizionalmente indicato come data fondativa.
Quello che per altri popoli sarebbe stato un ambiente ostile, per i veneziani divenne la miglior difesa possibile, tant'è che nessun esercito poteva inseguirli in un labirinto d'acqua bassa che solo chi conosceva sapeva attraversare.
Il problema, però, era costruire su questo terreno.
E fu così che nacque la prima grande opera di ingegneria della storia veneziana, ovvero il sistema di fondazione a pali di legno.
I costruttori piantavano nel fango migliaia di tronchi, spinti in profondità fino a raggiungere il caranto, ossia uno strato di argilla durissima depositato durante l'ultima glaciazione nonchè l'unico vero terreno solido dell'intera laguna.
Il legno usato, in prevalenza larice e ontano, veniva scelto per la sua resistenza all'umidità e una volta interrato in un ambiente privo di ossigeno smetteva letteralmente di marcire e degradarsi.
Perciò senza i consueti agenti del deperimento, i sali minerali disciolti nell'acqua finiscono col tempo per pietrificarne parzialmente le fibre.
Sopra questi pali venivano posate piattaforme di legno, e sopra ancora la pietra d'Istria, un calcare compattissimo e quasi impermeabile, che impediva all'umidità salmastra di risalire nei mattoni.
Pertanto, ogni elemento di Venezia è stato pensato fin dall'inizio per convivere con l'acqua.
Il problema è che oggi quell'equilibrio, tenuto in piedi per un millennio, sta vacillando per la somma di più fenomeni accumulati nell'ultimo secolo.
In questa puntata esamineremo le criticità fondamentali che minacciano la città di Venezia ai giorni nostri, analizzando al contempo le innovazioni tecnologiche adottate nel difficile tentativo di contrastarne il deterioramento e prevenirne il progressivo sprofondamento.
Il primo dei fattori critici è la subsidenza, cioè il lento sprofondamento del suolo.
In parte è naturale, dovuto all'assestamento dei sedimenti, ma nel Novecento è stato accelerato anche da Porto Marghera, che per decenni ha estratto acqua dalle falde profonde causando il collasso degli strati acquiferi.
Oggi il fenomeno viene misurato con precisione millimetrica grazie ai satelliti Sentinel 1 di Copernicus e COSMO-SkyMed, che calcolano come si muove il suolo analizzando milioni di punti di misurazione.
Il centro storico continua a sprofondare a circa cinque millimetri e mezzo l'anno, anche se il ritmo sta rallentando rispetto al passato.
A questo si somma un secondo fenomeno ovvero l'innalzamento del mare, stimato in circa tre millimetri l'anno per il riscaldamento globale.
C'è poi un terzo elemento, meno conosciuto ma altrettanto rilevante, legato al traffico portuale.
Il Canale dei Petroli, scavato per permettere alle navi cargo di raggiungere Marghera, ha modificato i flussi naturali della laguna e il passaggio di grandi navi sposta enormi masse d'acqua che rimettono in sospensione i sedimenti del fondale, trascinati poi fuori dalla laguna a ogni bassa marea.
Allo stesso tempo il porto resta un'infrastruttura fondamentale per l'economia del Nord-Est, pertanto ogni chiusura delle bocche di porto per fermare l'acqua alta blocca anche il traffico commerciale.
Ed è proprio in questa zona di tensione tra protezione ambientale e necessità economiche che si inserisce il progetto più ambizioso mai realizzato per la difesa della città: il MOSE.
Il MOdulo Sperimentale Elettromeccanico nasce da studi avviati già alla fine degli anni '80, ma la sua realizzazione concreta è arrivata solo negli ultimi decenni, tra costi lievitati rispetto alle stime iniziali e un'opera oggi completata poco oltre il 90%.
Il principio di funzionamento apparentemente è molto semplice.
Il sistema è composto da settantotto paratoie mobili distribuite lungo le tre bocche di porto che collegano la laguna al mare Adriatico, per oltre un chilometro e mezzo di barriera complessiva.
In condizioni normali, queste enormi strutture d'acciaio restano piene d'acqua e invisibili, adagiate dentro cassoni di cemento incassati nel fondale.
Quando si prevede una marea eccezionale, superiore ai centodieci centimetri, dei compressori iniettano aria dentro le paratoie svuotandole dall'acqua: in circa mezz'ora l'aumento di galleggiabilità le fa ruotare ed emergere in superficie, creando una barriera continua che impedisce al mare di entrare in laguna.
Passato il pericolo, basta far rientrare l'acqua per farle tornare sul fondo.
Il punto più delicato del sistema, però, non sono le paratoie in sé, ma il modo in cui vengono agganciate al fondale.
Ogni paratoia è collegata al proprio cassone tramite un gruppo di cerniere che permette la rotazione mantenendo la tenuta stagna per l'aria compressa, in un ambiente chimicamente ostile fatto di acqua salata, sabbia in sospensione e correnti continue.
Ed è qui che il MOSE ha rivelato uno dei suoi limiti più gravi: queste cerniere, infatti, pensate per durare un secolo, si stanno corrodendo a una velocità tale da ridurne la vita utile stimata a poco più di 15 anni, nonostante i cicli continui di manutenzione.
A questo si aggiungono altri problemi meno noti come la sabbia che si accumula nei cassoni impedendo alle paratoie di adagiarsi correttamente, centinaia di valvole sottomarine danneggiate, giunti che perdono e persino una nave speciale costruita per sollevare le paratoie in manutenzione, rimasta ferma per anni per errori progettuali.
I costi di manutenzione ordinaria, stimati inizialmente attorno ai 20 milioni di euro l'anno, sono oggi saliti a cifre vicine al centinaio di milioni.
C'è poi un aspetto del MOSE meno raccontato ovvero quello ecologico.
Ogni volta che le barriere si alzano, la laguna smette di scambiare acqua con il mare aperto, e questo può portare a un rapido calo dell'ossigeno disciolto nel bacino, con conseguenze anche gravi su fauna e flora acquatica.
Per questo il MOSE non può essere attivato per ogni marea, ma solo per gli eventi davvero eccezionali, lasciando che la città gestisca da sola gli allagamenti più modesti.
Per queste situazioni intermedie si è dunque sviluppato un approccio più contenuto basato sull'isolamento singolo delle porzioni di città più esposte agli allagamenti.
L'esempio più visibile è piazza San Marco, punto più basso della città, che subiva centinaia di allagamenti l'anno.
Tra il 2021 e il 2022 è stata installata attorno alla basilica una barriera trasparente in vetro temperato, ancorata a una struttura d'acciaio che durante le maree più severe teneva lontana l'acqua che avrebbe altrimenti allagato la piazza.
Un sistema simile, chiamato "Baby MOSE", protegge dal 2012 anche il centro storico di Chioggia.
Dietro a questa infrastruttura fisica esiste naturalmente anche un centro di raccolta e analisi dei dati: il Centro Previsioni e Segnalazioni Maree del Comune di Venezia raccoglie in tempo reale i dati di una rete di sensori sparsi in laguna e
nell'Adriatico settentrionale, elaborandoli attraverso un modello idrodinamico chiamato SHYFEM, sviluppato con il contributo dell'Istituto di Scienze Marine del CNR, capace di simulare maree, venti e movimento dei sedimenti.
Negli ultimi anni i ricercatori hanno affiancato al modello sistemi di machine learning, addestrati a replicare gli stessi calcoli idrodinamici a una velocità mille volte superiore e con un ottimo livello di accuratezza, permettendo di simulare decine di scenari in pochi secondi e decidere con più precisione quando attivare le barriere.
Il passo successivo, oggi in sviluppo, è un vero e proprio gemello digitale della laguna, ovvero una replica tridimensionale che integra dati satellitari, rilievi geologici del sottosuolo e informazioni da droni aerei e sottomarini, per prevedere
non solo le maree ma anche l'accumulo di sedimenti sulle cerniere del MOSE, programmando la manutenzione prima che i problemi si manifestino.
Guardando al futuro, le proiezioni più severe sull'innalzamento del mare entro fine secolo suggeriscono che affidarsi solo alle barriere d'acciaio significherebbe, prima o poi, dover chiudere le bocche di porto quasi ogni giorno, con costi insostenibili.
Per questo la comunità scientifica lavora su strade alternative.
Una delle proposte più discusse arriva dall'Università di Padova, dove da decenni si studia la possibilità di invertire il fenomeno che ha causato lo sprofondamento della città.
In pratica, invece di estrarre acqua dal sottosuolo, si tratterebbe di iniettarla, pompando l'acqua marina in profondi strati sabbiosi situati centinaia di metri sotto il caranto.
Aumentando in modo controllato la pressione in questi acquiferi, secondo i modelli dei ricercatori padovani, si potrebbe ottenere in un decennio un sollevamento uniforme della città di 25 o 30 centimetri.
Non basterebbe a fermare l'innalzamento del mare, ma guadagnerebbe alla città decenni preziosi, riducendo la necessità di ricorrere al MOSE.
L'altra strada, forse più concreta nel breve periodo, è quella delle soluzioni basate sulla natura.
Per secoli le barene e le velme, ossia banchi di terra affiorante coperti da vegetazione resistente al sale, hanno agito come ammortizzatori naturali contro le maree, ma il traffico delle grandi navi e l'erosione ne hanno cancellato gran parte.
Oggi si lavora per ricostruirle, utilizzando in modo controllato i sedimenti dragati dai fondali portuali, trattati e confinati con tecniche di ingegneria naturalistica come palizzate di legno e reti biodegradabili.
L'obiettivo è ricolonizzare parte della laguna con vegetazione autoctona, permettendo alle barene di frenare in parte l'energia delle onde e di trattenere il sedimento in sospensione.
In ogni caso il MOSE resta oggi lo scudo indispensabile contro le maree più pericolose, ma la sua vulnerabilità alla corrosione e i suoi costi di gestione stanno dimostrando che nessuna barriera meccanica, per quanto imponente, può considerarsi una soluzione definitiva.
Più che sull'invenzione di un singolo e innovativo sistema tecnologico, la salvaguardia di Venezia si giocherà sulla capacità di far interagire i diversi livelli di protezione, dalle barriere meccaniche per i momenti di massima emergenza, fino ai modelli di simulazione predittiva e al monitoraggio continuo da satellite.
La prospettiva futura della città risiede dunque nell'integrazione armonica di tutti questi strumenti all'interno di un ecosistema naturale unico che, fin dalla sua fondazione il 25 marzo 421, definisce sia lo straordinario valore di Venezia ma anche la sua intrinseca vulnerabilità.
E così si conclude questa puntata di INSiDER - Dentro la Tecnologia, io ringrazio come sempre la redazione e in special modo Matteo Gallo e Luca Martinelli che ogni sabato mattina ci permettono di pubblicare un nuovo episodio.
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