Il geo-blocking è una pratica sempre più diffusa nel panorama digitale contemporaneo, capace di determinare a quali contenuti possiamo accedere in base alla nostra posizione geografica. Si tratta di un meccanismo che, apparentemente invisibile, plasma profondamente la nostra esperienza online, limitando film, musica, servizi e informazioni a seconda di dove ci troviamo. Ma come funziona tecnicamente questo sistema? E quali sono le vere ragioni economiche, politiche e legali che spingono aziende e governi a implementarlo? In questa puntata cerchiamo di rispondere a queste domande, analizzando il delicato equilibrio tra libertà di accesso, protezione del diritto d'autore, strategie commerciali e sovranità nazionale che caratterizzano il mondo del geo-blocking.
Nella sezione delle notizie parliamo dei risultati da record della missione Artemis II, di Claude Mythos Preview, il nuovo modello di IA di Anthropic e infine del processo contro Ticketmaster negli Stati Uniti sui biglietti per i concerti.




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Brani
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Salve a tutti, siete all'ascolto di INSiDER - Dentro la Tecnologia, un podcast di Digital People e io sono il vostro host, Davide Fasoli.
Oggi parleremo di geo-blocking, quella pratica che limita l'accesso ai contenuti online in base alla nostra posizione geografica.
Scopriremo come funziona tecnicamente e quali sono le ragioni economiche, politiche e legali dietro questo meccanismo.
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A distanza di pochi giorni dal lancio della missione Artemis II, decollata con successo a inizio aprile dalla Florida a bordo del razzo SLS, la navicella Orion e il suo equipaggio hanno completato tutte le fasi del viaggio, a partire dal "flyby" lunare fino al rientro sulla Terra.
Andando con ordine nel quinto giorno di missione, la capsula ha effettuato un passaggio ravvicinato attorno alla Luna, avvicinandosi fino a circa 7500 km dalla superficie.
Gli astronauti hanno osservato oltre 30 siti lunari e proposto due nomi per dei crateri mai osservati prima, "Integrity" e "Carol".
Dirigendosi poi verso il lato nascosto della Luna, le comunicazioni si sono interrotte per circa 40 minuti, e proprio durante questo blackout, Artemis II ha stabilito il record di distanza massima dalla Terra raggiunta da esseri umani, con circa 406.000 km.
A ripristino dei contatti, l'equipaggio ha assistito alla prima eclissi solare mai osservata da un essere umano nello spazio profondo, individuando anche impatti in tempo reale di asteroidi sulla superficie lunare.
Nei giorni successivi, la capsula ha intrapreso la traiettoria di ritorno libero verso la Terra, con una breve accensione correttiva dei motori di 15 secondi.
L'equipaggio si è poi dedicato alle attività fisiche, esperimenti medici e alla riconfigurazione della navicella, in vista dell'ammaraggio avvenuto questa notte.
Anthropic, l'azienda che ha sviluppato il modello linguistico Claude, e tra i principali competitor di ChatGPT di OpenAI, ha addestrato un nuovo modello sperimentale chiamato Claude Mythos Preview, un modello che, a detta degli sviluppatori, ha
raggiunto delle capacità di programmazione e ragionamento che ormai supera la quasi totalità degli esseri umani.
Questa capacità, Anthropic l'ha quindi utilizzata in un ambizioso progetto chiamato Project Glasswing.
L'obiettivo è quello di fornire, inizialmente con un accesso anticipato e limitato, il nuovo modello a una serie di partner, tra cui Apple, Google, Microsoft, Cisco, Amazon o NVIDIA, e sfruttarlo per individuare vulnerabilità informatiche.
Grazie a questo strumento, quindi, le aziende coinvolte potranno utilizzare Claude per testare i loro servizi e difendere le loro infrastrutture critiche prima che vengano attaccate da eventuali cybercriminali.
Sul suo sito l'azienda ha raccontato che Claude ha già individuato migliaia di vulnerabilità "zero-day", tra cui una vulnerabilità sul software OpenBSD, presente da 27 anni, un bug nell'applicazione FFmpeg, presente da 16 anni, e alcune
vulnerabilità nei kernel Linux, che hanno permesso all'agente di ottenere autonomamente il controllo completo sul sistema operativo.
Resta quindi da chiedersi: cosa succederà quando un modello come questo verrà reso disponibile al pubblico?
Un importante processo negli Stati Uniti potrebbe cambiare profondamente il modo in cui vengono venduti i biglietti per concerti e grandi eventi.
Al centro della vicenda c'è Ticketmaster, colosso della biglietteria, accusato da oltre trenta stati americani di aver costruito un monopolio nel settore insieme alla sua società madre Live Nation.
Negli anni le autorità locali hanno ricevuto un'enorme quantità di reclami da parte dei consumatori, esasperati da prezzi elevati, commissioni poco trasparenti e difficoltà nell'acquisto dei biglietti.
Secondo l'accusa, l'azienda avrebbe sfruttato la propria posizione dominante nel mercato dei concerti, imponendo ai locali e agli organizzatori l'utilizzo della propria piattaforma.
La difesa sostiene invece che il successo deriva dalla quantità dei servizi offerti e dalla concorrenza comunque presente nel settore.
Ora la decisione passa a una giuria, che dovrà stabilire se si tratta solo di pratiche discutibili o di un vero comportamento illegale, con possibili conseguenze drastiche come lo smembramento del gruppo.
"Internet è un posto senza confini".
Quante volte abbiamo pensato che questa frase fosse vera, e che Internet fosse veramente quel luogo dove le barriere a cui siamo normalmente abituati non esistono, permettendoci di raggiungere qualsiasi contenuto del mondo con un semplice click.
Purtroppo, o per fortuna però, non è così, e l'idea di un Internet completamente libero è svanita già pochi anni dopo la nascita del World Wide Web nel 1991.
Possiamo anzi dire che ormai Internet è pervaso da confini, muri invisibili che limitano l'accesso a certe risorse in base alla nostra posizione geografica.
Questo meccanismo prende il nome di geo-blocking ed è una pratica ampiamente diffusa in cui, probabilmente, ci siamo imbattuti tutti almeno una volta.
Pensiamo ad esempio a quando, cercando di vedere una serie TV durante una vacanza all'estero, il servizio di streaming ci avvisa che il contenuto non è disponibile in quel paese, o quelle volte in cui il prezzo di un prodotto online è diverso in
Italia rispetto alla Germania, o ancora a quelle volte in cui una particolare funzionalità viene rilasciata solamente in paesi come Stati Uniti o India.
In questa puntata quindi analizzeremo proprio il fenomeno del geo-blocking, cercando di capire come funziona tecnicamente e quali sono le principali motivazioni che hanno portato alla nascita di questo strumento.
Partiamo quindi dall'inizio e da quella che è la definizione di geo-blocking: si tratta di una pratica digitale che consiste nel limitare o bloccare l'accesso a contenuti e servizi online in base alla posizione geografica dell'utente.
Chi gestisce un sito web, una piattaforma di streaming, un negozio online o qualsiasi altro servizio digitale, può decidere che certi contenuti siano visibili solo da certi posti del mondo e questa decisione viene poi tecnicamente applicata in modo automatico ogni volta che qualcuno prova ad accedere a quel contenuto.
Ma come fa un sito web a sapere dove ci troviamo?
La risposta sta nell'indirizzo IP, ossia quel codice che identifica in modo univoco la nostra connessione a internet.
Questo indirizzo non è infatti casuale, ma contiene informazioni geografiche che permettono di risalire - con buona approssimazione - alla posizione fisica da cui stiamo navigando, solitamente con una precisione che si limita alla città in cui siamo.
I servizi che implementano il geo-blocking analizzano quindi questo indirizzo IP appena proviamo a connetterci, lo confrontano con le loro mappe geografiche e in base al risultato decidono cosa mostrarci e cosa invece nasconderci.
Di base il geo-blocking è questo e anche il suo funzionamento tecnico è relativamente banale.
È tuttavia interessante capire perché questo strumento è divenuto, pochi anni dopo la nascita del web, necessario e così diffuso.
Per capirlo iniziamo da un esempio, Netflix.
Quando ci abboniamo a Netflix e apriamo il catalogo, non vediamo tutti i contenuti che la piattaforma ha a disposizione, ma una più o meno grande selezione di contenuti che Netflix ha il diritto di mostrarci per il nostro Paese.
Gli studi cinematografici e le case di produzione televisiva, infatti, non vendono i diritti di distribuzione dei loro contenuti in modo globale, li vendono per zone geografiche, paese per paese o addirittura regione per regione.
Un film americano viene concesso in licenza a un distributore italiano, a uno spagnolo, a uno tedesco, ognuno con i propri termini, i propri prezzi, le proprie finestre temporali.
Il distributore italiano paga per avere l'esclusiva in Italia e questa esclusiva va rispettata.
Se dunque un'altra piattaforma, come Prime Video, ha acquistato in Italia l'esclusiva di una serie TV prima di Netflix, Netflix non potrà includerla nel suo catalogo italiano.
Facendo un altro esempio, una serie di produzione italiana può avere una distribuzione limitata all'Europa, oppure può essere disponibile in America Latina ma non in Nord America, a seconda di come sono stati venduti diritti.
Il geo-blocking, quindi, non è nato per caso, ma è figlio di un sistema di licenze e diritti d'autore - soprattutto dell'industria creativa - presente da molto prima della nascita di Internet.
Se però nel mondo fisico questo sistema funzionava senza particolari problemi, nel mondo digitale si vengono a creare situazioni a volte paradossali.
Un esempio?
Immaginiamo di iniziare a guardare una serie TV dall'Italia, e durante un viaggio ci spostiamo in Austria.
Quindi può capitare che, riaprendo la piattaforma di streaming, ci troviamo di fronte ad un catalogo completamente diverso, e che magari la nostra serie TV preferita non sia nemmeno presente.
Eppure l'account è lo stesso, le impostazioni della lingua anche, e anche l'abbonamento è il medesimo.
L'esempio di Netflix è particolarmente calzante, perché è una delle situazioni che si verificano più spesso e che ci riguardano più da vicino, ma il settore dei contenuti streaming è solo uno dei tanti in cui il geo-blocking viene applicato.
Pensiamo allo sport, ad esempio, dove alcune partite possono essere trasmesse solo in determinati paesi e non in altri.
Guardando al nostro Paese, gli stessi servizi online delle principali reti televisive, Rai Play e Mediaset Infinity, al di fuori dell'Italia semplicemente risultano inaccessibili.
Per quanto riguarda la musica, invece, anche Spotify applica il geo-blocking a certi artisti e certe tracce.
Se un artista ha un certo contratto discografico, che prevede una distribuzione limitata a certi paesi, la sua musica non sarà disponibile altrove, nemmeno su Spotify.
Stessa cosa per YouTube, dove alcune volte restituisce il messaggio: "questo video non è disponibile nel tuo paese".
Può dipendere da accordi di licenza sulla musica presente nel video, da restrizioni imposte dall'emittente che ha caricato il contenuto, o da altri accordi commerciali.
Nella puntata "Dai DVD allo streaming, 30 anni di lotta alla pirateria digitale", dove è stato approfondito il tema del DRM, abbiamo citato la soluzione adottata da Sony con la sua prima PlayStation, dove la presenza di alcuni codici specifici per zona geografica permetteva l'avvio di determinati dischi e non di altri.
Anche questo è un perfetto esempio di geo-blocking, applicato però al mondo fisico, che sottolinea come questa pratica fosse già ampiamente diffusa.
E il gaming è proprio un altro di quei settori in cui possiamo trovare il blocco geografico dei contenuti, soprattutto in marketplace digitali come Steam.
Ma gli stessi limiti, e quindi gli stessi messaggi, possono avvenire anche in altri settori.
Come quello delle applicazioni per smartphone o desktop di e-commerce come Amazon o Ebay, o specifiche funzionalità, soprattutto legate all'intelligenza artificiale.
Il motivo per cui contenuti o siti web vengono bloccati in certi paesi, poi, può non essere solo economico o legato al diritto d'autore, ma anche politico.
Alcuni governi impongono il blocco di determinati siti o servizi internet nell'intero territorio nazionale.
Il caso più noto e più estremo è quello della Cina, con il cosiddetto "Grande Firewall", che blocca piattaforme come Facebook, Google, YouTube, Instagram, WhatsApp e molti altri servizi occidentali.
La Russia ha percorso un cammino simile negli ultimi anni, imponendo blocchi progressivi su piattaforme social e siti di informazione.
In questo caso il geo-blocking non è uno strumento commerciale ma uno strumento di controllo politico, dove un governo decide cosa i propri cittadini possono vedere online.
E non solo in paesi dittatoriali come Russia o in Cina, ma anche da noi il blocco geografico viene usato dai governi in certi contesti specifici.
Le piattaforme di gioco d'azzardo online, ad esempio, devono rispettare le normative nazionali, che possono renderle illegali o le sottopongono a licenze specifiche.
Lo stesso vale per certi contenuti classificati per l'età, per piattaforme finanziarie soggette a regolamentazioni locali, o per servizi che non rispettano le normative sulla protezione dei dati vigenti in certi ordinamenti.
In Italia un caso spesso citato, anche da noi, è quello di PiracyShield, di cui abbiamo ampiamente parlato.
Come abbiamo visto, quindi, il geo-blocking può nascere da esigenze molto diverse tra loro, ma c'è un contesto in cui queste dinamiche si intrecciano in modo particolarmente interessante.
Ed è quello dell'Unione Europea, dove esiste già un mercato unico fisico.
La domanda sorge quindi spontanea.
Ha senso che questo mercato unico si fermi prima del confine digitale?
La risposta è stata data nel 2018, quando è entrato in vigore il regolamento UE 2018/302, noto appunto come "Regolamento sul geo-blocking".
Questo regolamento ha affrontato il problema del blocco geografico nell'ambito del mercato unico digitale europeo con un obiettivo preciso, ossia fare in modo che un utente europeo possa acquistare beni e servizi da qualsiasi paese dell'Unione senza essere discriminato in base alla propria nazionalità o alla propria residenza.
Prima di questo regolamento, infatti, circa il 63% dei siti web europei non consentiva di acquistare un certo bene o un servizio da un altro paese dell'Unione, oppure aveva prezzi completamente diversi.
Uno dei casi più emblematici fu quello di Disneyland Paris, finita nel mirino della Commissione Europea per aver applicato prezzi maggiorati ai clienti tedeschi e inglesi rispetto a quelli francesi per l'acquisto online dei biglietti d'ingresso.
Il regolamento ha quindi stabilito tre situazioni specifiche in cui il geo-blocking non è giustificato e deve essere eliminato.
La prima riguarda i beni fisici, la seconda riguarda i servizi digitali e infine la terza riguarda i servizi fisici fruiti nel paese del venditore.
Facendo un esempio per ciascuna di queste situazioni, un cittadino italiano deve poter acquistare un frigorifero o un servizio di hosting alle stesse condizioni di un cittadino tedesco o francese.
E allo stesso modo una famiglia italiana che visita un parco a tema in Francia deve poter accedere agli stessi sconti disponibili ai visitatori francesi.
Come possiamo notare rimangono invece esclusi i contenuti audiovisivi di cui abbiamo parlato all'inizio.
Il sistema delle licenze e dei diritti d'autore è infatti ancora troppo radicato e complesso da poter essere rimosso e le stesse industrie creative si sono opposte con forza a qualsiasi tentativo della Commissione europea di eliminare il geo-blocking in questo settore.
Le soluzioni per aggirare i blocchi comunque esistono e ne sentiamo parlare molto spesso.
Utilizzando una VPN, tecnologia che abbiamo approfondito nella puntata: "Ma servono veramente le VPN?", è infatti possibile mascherare il proprio indirizzo IP o utilizzarne uno di un altro paese, di fatto ingannando il sito web sulla nostra posizione.
Tuttavia, a livello normativo, tecnicamente si violano i termini di servizio delle piattaforme, anche se raramente si incorre in conseguenze concrete.
Per concludere, è utile fare un passo indietro e guardare il geo-blocking nel suo complesso.
È uno strumento neutro che può essere usato in modi molto diversi tra loro.
Può essere uno strumento di tutela dei diritti d'autore e può essere uno strumento commerciale per differenziare i prezzi tra mercati diversi.
Può essere uno strumento per rispettare le leggi locali, ma può essere anche uno strumento di censura e controllo politico.
E la differenza tra questi usi non è sempre netta, e la linea tra restrizione giustificata e discriminazione ingiustificata è spesso oggetto di dibattito tra esperti in diverse materie.
Il sogno di un Internet davvero senza confini è dunque ancora lungo, e forse irraggiungibile.
I confini fisici tra gli stati esistono da secoli, e la natura libera di Internet li ha resi, sì, più labili, ma non li ha eliminati.
Li ha semplicemente resi "digitali", trasformando recinzioni e muri di mattoni in blocchi sugli indirizzi IP.
E fin tanto che le industrie creative, i governi e le piattaforme commerciali avranno interesse a mantenere questi confini digitali, il geo-blocking rimarrà parte integrante della nostra esperienza quotidiana di navigazione.
E così si conclude questa puntata di INSiDER - Dentro la Tecnologia, io ringrazio come sempre la redazione e in special modo Matteo Gallo e Luca Martinelli che ogni sabato mattina ci permettono di pubblicare un nuovo episodio.
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