Viviamo nell'epoca più ambiziosa della storia dell'esplorazione umana. Possediamo mappe ad altissima risoluzione di Marte, della Luna e persino di Venere, eppure la topografia del nostro stesso pianeta rimane in larga parte avvolta nell'oscurità, nascosta sotto chilometri di acqua salata. L'oceano ricopre il 70% della superficie terrestre, ma gli abissi si sono rivelati persino più ostici dello spazio cosmico da esplorare. Se è vero che guardare verso le stelle è nella natura dell'essere umano, è anche vero che prima di esplorare altri mondi sarebbe forse il caso di finire di esplorare il nostro. In questa puntata cerchiamo di capire a che punto siamo con l'esplorazione degli abissi, quanto ci manca da scoprire e quali sono gli strumenti che ci permettono di raggiungere i luoghi più inospitali del pianeta.
Nella sezione delle notizie parliamo di ChatGPT oggetto di un'indagine dopo una sparatoria in Florida, dei programmi di TSMC per processori fino a 1,2 nm e infine del terzo volo del razzo New Glenn di Blue Origin, conclusosi con un parziale insuccesso.




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Salve a tutti, siete all'ascolto di INSiDER - Dentro la Tecnologia, un podcast di Digital People e io sono il vostro host, Davide Fasoli.
Oggi parleremo di come siamo, paradossalmente, più vicini alla Luna che ai fondali oceanici, esplorando i quattro ostacoli fisici che rendono gli abissi così difficili da raggiungere e scoprendo le straordinarie innovazioni tecnologiche che ci stanno finalmente permettendo di mappare quella parte del nostro pianeta ancora sconosciuta.
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La procura della Florida ha avviato un'indagine senza precedenti su ChatGPT e sulla sua società OpenAI, dopo una sparatoria avvenuta nell'Università Statale di Tallahassee, in cui sono morte due persone.
Al centro dell'inchiesta ci sono le conversazioni tra il presunto responsabile, lo studente Phoenix Ikner, e il chatbot, che secondo gli investigatori avrebbe fornito indicazioni utili alla pianificazione dell'attacco.
Il procuratore generale ha dichiarato che se quelle risposte fossero state date da una persona, si potrebbe ipotizzare un coinvolgimento penale diretto.
Il caso apre complessi interrogativi sulla responsabilità delle piattaforme di intelligenza artificiale, soprattutto considerando l'uso sempre più diffuso di questi strumenti anche per richieste personali e delicate.
Le autorità vogliono capire se esistano falle nei sistemi di sicurezza o nelle linee guida aziendali, e se queste possano aver contribuito indirettamente alla tragedia.
OpenAI ha fatto sapere in precedenza che collaborerà con le indagini, mentre resta incerto quale possa essere l'esito legale di una vicenda che potrebbe segnare un precedente importante nel rapporto tra tecnologia e giustizia.
Innovare nel settore della produzione dei chip non è solo una gara puramente commerciale, ma è una vera e propria sfida contro la fisica, dove anche la più piccola ottimizzazione può tradursi in vantaggi enormi in termini di prestazioni e consumi.
E tra le aziende leader in questo settore c'è TSMC, che ha delineato i principali obiettivi da oggi fino al 2029.
In particolare, nel 2028 arriverà il processo A14, che andrà a migliorare il processo già esistente, mentre nel 2029 arriveranno i processi A13 e A12, rispettivamente a 1,3 e 1,2 nanometri.
Questi processi permetteranno di ridurre notevolmente le dimensioni e creare chip ancora più densi, avanzati e con consumi inferiori.
Per i processi attuali, TSMC introdurrà invece delle varianti per il processo a 1 nanometro.
La retrocompatibilità è garantita, con benefici su consumi o prestazioni a seconda delle esigenze.
Infine, TSMC ha deciso di adottare due strategie diverse per due mercati diversi.
Per il mercato smartphone, tablet o PC, l'azienda prevede aggiornamenti e ottimizzazioni annuali, per puntare all'efficientamento energetico.
Per quanto riguarda le applicazioni di intelligenza artificiale, e quindi chip dedicati a data center, gli sviluppi seguiranno un ritmo biennale, dando come priorità la potenza computazionale pura.
Una scelta pragmatica, dunque, che mette in luce come ormai esistano esigenze nettamente diverse tra i due mercati e che entrambi meritano le opportune attenzioni.
Il terzo volo del razzo New Glenn di Blue Origin si è concluso la scorsa domenica con un parziale insuccesso.
Lo stadio superiore, infatti, non è riuscito a erogare una spinta sufficiente per raggiungere l'orbita prevista e collocare il satellite Bluebird 7 di AST SpaceMobile su una traiettoria adeguata per consentirne il regolare funzionamento.
Il satellite, perciò, sarà fatto deorbitare e si disintegrerà infine nell'atmosfera.
Si tratta, purtroppo, del primo fallimento significativo del programma, il cui volo inaugurale risale al gennaio 2025 dopo oltre un decennio di sviluppo.
Sul fronte del booster, invece, i risultati sono stati positivi.
Per la prima volta, Blue Origin ha riutilizzato con successo uno stadio già impiegato nella missione precedente, recuperandolo su una nave drone circa dieci minuti dopo il decollo.
Questo episodio giunge in un momento delicato per l'azienda, poiché è impegnata a consolidarsi come fornitore di riferimento per il programma Artemis della NASA.
E, per fortuna, la perdita del satellite, coperta da assicurazione, non comprometterà il piano di AST SpaceMobile, che prevede il lancio di ulteriori 45 satelliti entro la fine del 2026 anche attraverso altri vettori.
Viviamo nell'epoca più ambiziosa della storia dell'esplorazione umana.
Partendo dai telescopi di ultima generazione come il James Webb, che ci permettono di osservare la luce di galassie nate poche centinaia di milioni di anni dopo il Big Bang, arriviamo agli imponenti programmi delle principali agenzie spaziali finalizzate a riportare l'uomo sulla Luna.
Possediamo mappe ad altissima risoluzione dell'intera superficie di Marte, della Luna e persino di Venere.
Eppure, nel mezzo di questa corsa verso l'esplorazione dello spazio, si nasconde un paradosso impensabile.
La topografia e la morfologia del nostro stesso pianeta rimane in larga parte avvolta nell'oscurità, nascosta sotto chilometri di acqua salata.
L'oceano ricopre infatti circa il 70% della superficie terrestre, con una profondità media di 3682 metri e ospita la biosfera più vasta della Terra.
Ma gli abissi, per certi versi, si sono rivelati persino più ostici dello spazio cosmico da esplorare.
Questa affermazione non è un'iperbole, bensì una questione reale, con implicazioni profonde per la nostra comprensione del clima, della biodiversità e del futuro del nostro pianeta.
Infatti, se guardare verso le stelle è nella natura dell'essere umano, è anche vero che prima di esplorare altri mondi, sarebbe il caso di finire di esplorare il nostro.
In questa puntata cercheremo dunque di capire a che punto siamo con l'esplorazione degli abissi, quanto ci manca da percorrere e quali sono gli strumenti straordinari che permettono di raggiungere i luoghi più inospitali del pianeta, almeno per l'essere umano.
La prima cosa che sorprende chi non lavora nel settore è l'entità reale della nostra ignoranza sui fondali marini.
Le mappe globali degli oceani che vediamo nei documentari o sui portali geografici sono costruite in larga parte su dati satellitari a bassissima risoluzione, insufficienti per identificare dettagli cruciali come montagne sottomarine, canyon o antichi relitti.
È un po' come guardare la superficie terrestre da un satellite senza riuscire a distinguere le Alpi dal fiume Po.
Grazie al progetto internazionale "Seabed 2030", che punta a completare la mappatura dell'intero fondale entro la fine del decennio, stiamo assistendo a un'accelerazione senza precedenti.
Stando agli aggiornamenti più recenti ad aprile 2026, il 28,7% del fondale marino globale risulta mappato con tecnologie moderne ad alta risoluzione, come i sistemi "sonar multibeam", ovvero potenti scanner 3D acustici, in grado di proiettare un
ventaglio di onde sonore per mappare simultaneamente e con estrema precisione vaste aree del fondale oceanico.
Si tratta di un progresso significativo, ma comporta anche che quasi tre quarti del fondo dei nostri oceani sono ancora terra inesplorata.
Se poi si considera l'esplorazione visiva diretta, i numeri diventano ancora più sconfinati: scienziati e veicoli robotici hanno visto meno dello 0,001% del fondale profondo, che equivale a una porzione di territorio nettamente inferiore alla provincia di Roma.
Dunque, considerando che oltre il 90% dell'oceano si trova a profondità superiore ai 200 metri, si può affermare che la stragrande maggioranza del nostro pianeta non è mai stata osservata né catalogata.
Per capire perché l'esplorazione degli abissi sia così difficile, bisogna fare conti con quattro grandi ostacoli fisici.
Il primo è la pressione idrostatica.
Nell'oceano la pressione aumenta di circa un'atmosfera ogni dieci metri di discesa.
Nella fossa delle Marianne, che si inabissa per circa 11.000 metri, si sfiorano in 1100 bar: in pratica è come avere il peso di un centinaio di elefanti su una superficie delle dimensioni di una testa umana.
Perciò un minimo difetto strutturale nello scafo di un sommergibile porta a un'implosione catastrofica e istantanea.
Il disastro del Titan è proprio un esempio lampante della forza della pressione che esercita l'acqua a certe profondità.
Il secondo problema è di natura termica.
Al di sotto dei 200 metri la temperatura media dell'oceano scende intorno ai 4 gradi centigradi.
I veicoli subiscono shock termici notevoli passando dalle calde acque superficiali agli abissi gelidi.
Materiali diversi si contraggono a ritmi diversi e senza una progettazione meticolosa un componente in plastica potrebbe bloccare irreparabilmente i meccanismi di un braccio robotico a migliaia di metri di profondità.
A questo si aggiunge la corrosività chimica dell'acqua di mare, poiché la corrosione galvanica degrada i metalli rapidamente, costringendo all'uso di costose leghe di titanio o di anodi sacrificali in zinco.
Il terzo ostacolo è l'oscurità totale che regna al di sotto dei 1000 metri.
I veicoli devono dunque dotarsi di sistemi di illuminazione artificiale, posizionati strategicamente per evitare che la luce riflessa della cosiddetta "neve marina", ovvero le particelle organiche in sospensione, accechi le telecamere come i fari di un'auto contro un muro di nebbia.
Il quarto problema, forse meno intuitivo, è quello delle comunicazioni.
Onde radio, Wi-Fi e GPS sono completamente inutilizzabili sott'acqua, tant'è che i veicoli devono affidarsi a comunicazioni acustiche lente e a bassa larghezza di banda, rendendo la trasmissione di dati ad alta risoluzione una sfida monumentale, esattamente come nello spazio.
Per contrastare le pressioni straordinarie degli abissi, l'ingegneria dei materiali ha dovuto compiere salti da gigante.
La risposta più consolidata è stata puntare sul titanio per la costruzione degli scafi.
L'esempio forse più emblematico è il DSV Limiting Factor, il primo e unico sommergibile con equipaggio certificato per immersioni illimitate a qualsiasi profondità oceanica.
Il suo cuore è una sfera di titanio di grado 5, spesso 90 mm e lavorata fino al 99,933% di sfericità perfetta, essendo questa caratteristica una necessità strutturale per distribuire la pressione uniformemente ed evitare il cedimento elastico dello scafo.
Per il galleggiamento, invece, si è fatto ricorso alla schiuma sintattica, ossia una resina riempita di microscopiche sfere cave di vetro.
Da un punto di vista dei mezzi, oggi la gran parte dell'esplorazione oceanica è affidata a due categorie di veicoli robotici, i ROV, acronimo di Remotely Operated Vehicles, e gli AUV, Autonomous Underwater Vehicles.
I ROV, come il Deep Discoverer della NOAA, sono macchine che superano i 4.000 kg collegate alla nave madre tramite cavi lunghi diversi chilometri.
Tuttavia, la vera rivoluzione negli ultimi anni è quella dell'autonomia guidata dall'intelligenza artificiale.
Il progetto Deployable Artificial Intelligence for Exploration and Discovery in the Deep Sea, condotto dal Monterey Bay Aquarium Research Institute e dalla NOAA, ha dimostrato la capacità dei veicoli completamente autonomi di individuare, seguire e analizzare la fauna abissale come meduse, tenofori, sifonofori, senza alcun intervento umano.
Alla base ci sono infatti algoritmi che combinano reti di rilevamento visivo e reti neurali convoluzionali per l'analisi delle caratteristiche degli organismi, oltre che modelli linguistici di grandi dimensioni per la generazione automatica di report scientifici.
In poche parole, il robot scende in profondità, incontra una creatura, l'analizza e risale con il rapporto già pronto.
Questa automazione riduce i costi e apre la strada alla cosiddetta "swarm technology", in cui sciami di droni subacquei lavorano in maniera coordinata per coprire superfici enormi in tempi impensabili per un singolo veicolo.
Sul fronte delle comunicazioni, la tecnologia emergente è la trasmissione ottica wireless subacquea, che sfrutta laser focalizzati nella banda del blu-verde per trasmettere dati attraverso l'acqua.
Aziende come Kyocera hanno annunciato tecnologie capaci di trasmettere fino a 2,5 gigabit al secondo a corto raggio, che garantirebbe la possibilità concreta di fare streaming video in alta definizione da un robot subacqueo in tempo reale.
L'MIT Lincoln Laboratory ha invece sviluppato sistemi laser che mantengono connessioni stabili attraverso l'interfaccia aria-acqua fino a 400 metri di profondità, con velocità 5.000 volte superiori agli standard attuali.
Per la mappatura, però, l'aiuto decisivo arriva paradossalmente dallo spazio.
Il satellite SWOT, lanciato in collaborazione tra NASA e l'Agenzia Spaziale Francese, ha il compito di misurare le minime variazioni gravitazionali della superficie del mare per individuare la presenza di rilievi sottomarini.
Le montagne sottomarine infatti hanno una massa sufficiente da creare piccoli dossi sulla superficie dell'oceano sovrastante.
Dunque, analizzando queste anomalie con precisione al centimetro, SWOT è in grado di rilevare rilievi oceanici di altezza inferiore al chilometro che finora sfuggivano alle nostre mappe.
Il numero di montagne sottomarine conosciute potrebbe passare dalle attuali 44.000 a oltre 100.000.
Benché molti pensino che le foreste siano il polmone verde del pianeta, in realtà il più grande bacino di carbonio del pianeta è proprio il mare profondo.
Attraverso la cosiddetta "pompa biologica", ossia il processo per cui organismi e particelle organiche sprofondano dalla superficie verso il fondo, gli oceani hanno assorbito circa un terzo di tutte le emissioni di anidride carbonica antropogenica e il 90% del calore in eccesso generato dal riscaldamento globale.
Se gli abissi non avessero svolto questo ruolo di spugna termica e chimica, le temperature superficiali del pianeta sarebbero già a livelli incompatibili con la nostra civiltà.
Tuttavia questa spugna è particolarmente sotto pressione.
Il riscaldamento delle acque profonde, la deossigenazione progressiva e l'acidificazione stanno mettendo a rischio coralli di acque fredde, spugne abissali e un'intera comunità di organismi la cui importanza per l'equilibrio del sistema Terra non è ancora del tutto chiara.
A questo si aggiunge anche la minaccia del "deep-sea mining", che vede consorzi industriali concentrati ad aspirare formazioni rocciose ricche di nichel, cobalto e rame dalle pianure abissali, trainati dalla domanda crescente di materie prime per le batterie.
La comunità scientifica sostiene che proseguire su questa strada comporterebbe la distruzione di ecosistemi millenari, oltre che determinare il sollevamento di pennacchi di sedimento tossico capaci di devastare la colonna d'acqua circostante per decenni.
Giunti alla fine di questa puntata emerge una consapevolezza inequivocabile: l'esplorazione degli abissi non è uno sfizio per soddisfare la curiosità scientifica, ma un fattore cruciale per la sopravvivenza stessa della Terra.
Per la prima volta l'innovazione ci fornisce gli strumenti per guardare oltre il buio oceanico, l'ingegneria dei materiali con scafi in titanio antisfondamento, la robotica autonoma spinta dall'intelligenza artificiale, le reti di comunicazione
ottica all'avanguardia e i satelliti di ultima generazione, stanno finalmente lavorando in sinergia per connettere la superficie alle profondità.
Eppure, di fronte alle vastità ancora da mappare, è evidente quanto lavoro resti da fare.
È il grande paradosso dei giorni nostri: mentre l'umanità proietta i propri sogni e le proprie bandiere verso obiettivi come la Luna e Marte, un ecosistema gigantesco e vitale giace apparentemente ignorato sotto i nostri piedi.
Il cosmo ha certamente un fascino innegabile, ma l'ultima grande frontiera dell'esplorazione umana è silenziosa, fredda, a volta nell'oscurità, ed è esattamente qui sul nostro pianeta.
E così si conclude questa puntata di INSiDER - Dentro la Tecnologia, io ringrazio come sempre la redazione e in special modo Matteo Gallo e Luca Martinelli che ogni sabato mattina ci permettono di pubblicare un nuovo episodio.
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